Guardalo. Il Cristo acrobata. Il Redentore con l’elastico al piede che si lancia fuori dalla croce come un condannato che dice basta, che s’è rotto i coglioni.
Non è resurrezione, questa. È fuga. È un gesto disperato, teatrale, come quelli che non si fanno per salvare il mondo, ma per smettere di reggerne il peso. Gesù non si sacrifica: scappa. Non muore per i peccati, salta per liberarsi dalla farsa.
Perché la croce, oggi, non è redenzione: è marketing. È plastica, è oro nei palazzi vaticani, è preti che predicano povertà con l’anello d’oro al dito. È potere, è controllo, è confessione come schedatura, è silenzio sulle violenze, è omertà in nome del Signore. È il corpo di Cristo trasformato in souvenir da parete, svuotato del sangue ma pieno di profitto.
E allora lui, il povero Cristo, scappa. Non ce la fa più a stare appeso per i selfie dei pellegrini, per la devozione di chi prega la domenica e sfrutta il lunedì. Si slaccia dai chiodi e si lancia. Non per miracolo, ma per sopravvivenza.
Forse voleva salvarci. Ma poi ci ha visti più affamati di potere che di pane, più interessati al peccato altrui che al perdono nostro. E ha capito: è inutile.
Questa non è blasfemia. È disperazione. È arte che urla, in un mondo che prega in silenzio ma bestemmia coi gesti.
Quel filo elastico al piede è la nostra ipocrisia: lo tira giù anche se vuole volare. Perché non lo lasciamo andare. Abbiamo bisogno di tenerlo lì, impalato, a espiare per noi. Ancora. Sempre.
Ma oggi il Cristo salta. Forse cade. Forse no.
Ma intanto, per un attimo, è libero.
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lovart
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