Ancora respira, solo finché la pioggia non gli entra nelle narici. Un ritratto della dignità perduta, in cui l’asfalto è più pulito dell’anima.
Guarda bene. Non è un uomo, è un residuo. Un avanzo di carne e stoffa che la città ha digerito e poi sputato fuori in un rigurgito di pioggia acida. Quel completo che indossa non è un abito, è una maschera funeraria del capitalismo: logora, bagnata, ridicola. L’hanno indossata in milioni prima di lui, e ora tocca a lui portarne il peso, anche se il peso è solo quello dell’acqua che lo sta affogando a pezzi.
LA POZZANGHERA È LA SUA UNICA CHIESA
Si è inginocchiato lì non per pregare, ma perché non aveva altro posto dove cadere. La pozzanghera è il suo specchio, il suo confessore, la sua fossa. Ci ha infilato la faccia dentro come un bambino che crede ancora che trattenere il respiro possa farlo sparire. Ma lui non sparisce. Lui galleggia. Galleggia in quel brodo di mozziconi, lattine schiacciate e scontrini di cose che non ha mai comprato. È il suo memoriale: “Qui giace un uomo che ha pagato tutto, tranne se stesso.”
E quella roba nera che gli esce dai capelli? Non è pioggia. È l’inchiostro delle sue lacrime, quello che ha sprecato per firmare contratti, per riempire moduli, per scrivere “ti amo” su biglietti che nessuno ha mai letto. Ora torna su, verso il cielo, perché anche le nuvole si rifiutano di tenerlo.
IL MONDO GLI PASSA ACCANTO, MA LUI HA SMESSO DI CHIEDERE AIUTO
La macchina che schizza via non è indifferente: è complice. Quella figura con l’ombrello non lo ignora: lo riconosce. Perché è uno di loro. Perché sanno che domani potrebbe toccare a loro. E allora meglio fare finta che sia solo un sacco della spesa abbandonato, un ingombro temporaneo, un problema della pioggia.
La verità? Lui non vuole essere salvato. Vuole solo che qualcuno lo veda. Ma in un’epoca in cui guardiamo solo schermi, l’unico occhio che gli resta è quella pozzanghera. E gli sta mentendo. Gli sta dicendo che è profonda come un oceano, quando in realtà basta alzarsi per uscirne.
“ISTRUZIONI PER UN SUICIDIO RIDICOLO”
Quel titolo è una bugia. Non ci sono istruzioni. Non c’è manuale. C’è solo un uomo che ha scoperto troppo tardi che la vita non è una tragedia greca, ma una farsa da due soldi. E allora si è inventato il suo suicidio: senza corda, senza pillole, senza drammi. Solo una pozzanghera e la voglia di sparire in silenzio, come un tappeto che viene battuto e poi lasciato lì, ad asciugare al vento.
E quella firma? “Carta straccia”. Perché è quello che è diventato. Un foglio usato, un appunto buttato, una promessa non mantenuta. Ma almeno, cazzo, è autentico. Più autentico di tutti quei cadaveri in giacca e cravatta che camminano ancora, sorridono ancora, fingono ancora.