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Il nome sull’erba

Ogni mattina, il rumore del decespugliatore copre tutto.

La voce, i pensieri, perfino il nome. Resta solo il ronzio. E dentro quel ronzio io sparisco. Divento un corpo che taglia. Un uomo senza voce che pare servire solo a far posto al verde nuovo, quello che crescerà ancora, come se il mondo non avesse bisogno di nient’altro.

Mi chiamo Daniele. Ma non è mai stato davvero il mio nome. È una parola scelta da qualcun altro, messa su un foglio prima ancora che potessi dire una sillaba. Forse per questo ho accettato di lavorare: per sentirmi chiamare in qualche altro modo, anche solo con un fischio, o un “oh” lanciato da lontano. Tutto pur di sentire che qualcuno si accorgeva che c’ero.

Quel logo che ho disegnato non è un marchio, è una difesa. Un autoritratto fatto con le mani sporche. Ho messo la sigaretta perché rappresenta la parte di me che non vuole guarire, quella che rimpiange anche i vizi perché almeno facevano compagnia. Ho messo la mascherina perché nel lavoro non si parla. Ho messo l’erba verde perché quella è la mia firma, il mio campo, la mia unica costanza. E sotto ho scritto Daniele, perché così deve essere. Ma dentro, fra i denti chiusi, resta Daniel. Il nome che non mi hanno lasciato dire.

Io non sono la Sever. Non sono nemmeno l’operaio modello con le cuffie e la tuta arancione. Sono quello che resta quando tutto si spegne: il rumore, i comandi, la giornata. Quello che torna a casa e si accende il telefono, e lì — nel silenzio che c’è prima di un messaggio — si guarda in quel piccolo ritratto e si riconosce, per un attimo solo.

Non è un eroe, non è un povero. È uno che ha resistito, e non sa neanche perché. Uno che ha tagliato così tanta erba da sapere che tutto ricresce, tranne certe parti di sé.

E allora sì, che nessuno rida. Perché quello non è un logo. È un grido silenzioso. È il mio nome inciso sull’erba. È la prova che, per un secondo almeno, sono stato vivo.

– Carta Straccia

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